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3.3. Il brigante Laurenziello

 

Lorenzo De Feo, detto Laurenziello, fu un temuto brigante del Sud Italia. Nacque il 25 giugno 1777 a Santo Stefano del Sole da Giuseppe De Feo e Maria Romano. In balia della più totale povertà, venne assoldato tra i bravi del Marchese di Santa Lucia di Serino, compiendo soprusi e omicidi in suo nome. Dopo aver avuto una discussione violenta con un certo Saverio de Feo, capo della Guardia Urbana di S. Stefano, pensò di “darsi alla macchia” affermando testualmente “’Se mi do alla campagna, devo far piangere i figli dal corpo delle madri” In breve tempo mise insieme era un banda di oltre 60 briganti provenienti anche dai Comuni vicini (come Serino, Volturara, Montella) e spostandosi in tutta l’Irpinia compì ogni sorta di delitto, compiendo stragi nei paesi irpini, anche in pieno giorno.

Nel Comune di Santo Stefano del Sole il brigante compì due atroci delitti. Il 30 marzo 1809 sulla strada che porta da Cesinali a Serra fece uccidere dal brigante Mafone l’Arciprete di S.Stefano del Sole Marco de Feo (8 settembre 1775 - 3 agosto 1809),accompagnato da un garzone Gaetano Feola, e colpevole di aver scomunicato lui e la sua banda.

 

Il sacerdote di Cesinali, Pasquale Cocchia, che compose la storia di Laurinziello in versi, scrisse:

Ma più di tutti il perfido Mafone

aveva di stragi una crescente sete,

siccome apparirà dal mio sermone:

di Santo Stefano uccise l’Arciprete,

mentre andava a cavallo in Avellino

non sospettando il suo crudel destino.

Non ebbe manco il tempo il poveretto

di fare alla Madonna una preghiera

che due palle gli trasse in mezzo al petto.

Facendogli veder l’ultima sera:

indi spirar voleva senza ragione

al cavallo ed al piccolo garzone.

 

Ricercato dalle truppe di Gioacchino Murat, dovette fuggire in Puglia. Dopo alcuni mesi ritornò a Santo Stefano insieme alla sua banda per terrorizzare i Santostefanesi. Il 3 agosto 1809 mentre il popolo di Santo Stefano, all’uscita della S.Messa era intento ad ascoltare la musica, entrò sparando nel Paese dal Vicolo Costa. Parte del popolo riuscì a barricarsi nella Chiesa Madre insieme all’Arciprete Vito De Feo, che fece sbarrare le porte, mentre il resto del popolo tentò di fuggire per i vicoli, ma fu inseguita e colpita. Dirigendosi verso Capocasale entrò nella casa di Antonio Pisapia, caporale ed uccise la moglie, Gaetana Feola, con il neonato che stringeva in braccio. Il sindaco di S.Stefano, Ciriaco de Feo, fu colpito da vari colpi di pistola e poi finito dai mastini di Laurinziello. Tra le vittime più nobili vi fu Stefano Romano, sacerdote di Aiello del Sabato, colpevole di aver insistito nel portare conforto ai moribondi nonostante l’ordine di allontanarsi dato dai briganti. Ogni famiglia di Santo Stefano ebbe delle vittime: i morti furono più di 30, i feriti molti di più.

 

Il sacerdote Pasquale Cocchia, a proposito di quel evento nefando, prosegue nel suo libro:

Un giorno ch’era festa al suo paese,

con tripudio di suoni e lieti canti,

dalla montagna rapido discese,

Laurenziello con tutti i suoi briganti

e, pervenuto dentro al villaggio

opera egli fece di barbaro selvaggio!

Dei cittadini la devota festa

in lutto convertì lo scellerato,

chè di colpi mortali una tempesta

incominciò per tutto l’abitato.

Ritrarre in carta ed adeguar parlando

chi può quello spettacolo nefando?

San Stefano di stragi era già pieno,

vedevansi in mucchi tanti corpi avvolti,

là feriti sui morti, e qui giaceano

sotto morti insepolti egri sepolti...

Cessato pascia il miserando scempio,

sazio sul monte ritornò quell’empio.

 

Il brigante venne, infine, catturato il 17 novembre 1811, processato e, il 6 maggio 1812, impiccato nell’odierna Piazza della Libertà di Avellino.