SANTO STEFANO DEL SOLE E IL SUO FOLKLORE

LA ROSAMARINA SANTOSTEFANESE

 

1. La storia.

 

Fino alla prima metà del XIX secolo non sono rintracciabili testi né documenti che traccino la storia della Rosamarina in S. Stefano del Sole, a parte una labile traccia lasciata da un ragazzo di 13 anni, in un quaderno di scuola elementare del 1929. Sebbene sia un fatto anomalo, neanche il fotografo santostefanese Ferdinando De Feo (11 Gennaio 1895 – 9 Aprile 1956), da sempre grande e sensibile cronista degli umori e degli eventi più significativi di S. Stefano, ha fornito una documentazione di tale fenomeno; così come non ne fa menzione, nel suo libro “Notizie storiche del Comune di S. Stefano del Sole” (1914), il Prof. Sac. Don Giuseppe Colacurcio.

In realtà, è proprio dell’intero lasso di tempo che dai primi decenni arriva agli anni Cinquanta del secolo appena trascorso, che non è stata rintracciata documentazione. Tuttavia, dopo l’ultima guerra mondiale, sono state scattate le prime foto, di cui sono state rintracciare una decina, risalenti agli Anni Cinquanta. Nel 1959 viene addirittura girato un filmato in “super 8”.

Il primo studio metodico sulla Rosamarina santostefanese viene realizzato dalla Prof.ssa Vita Fiore Furcolo che, nel 1997, dà alle stampe il volume “Alla ricerca delle nostre radici”.

Questa è la prima occasione per interrogarsi sulle origini e sul significato della tradizione. Dalle ricerche emerge che quel canto rituale, che si pensava fosse una originale prerogativa di S. Stefano del Sole e della sua gente, lo si poteva ritrovare, con qualche lieve variante, in molte località dell’Irpinia.

La tradizione, come riportato dalla Prof.ssa Fiore nella sua analisi, ha un’origine “[...] marinara, come dimostra anche l’antica canzone ‘Michelemmà’ (=Michela mia), precedente al ‘600 [...]. Infatti, le strofe sembrano appartenere ad una sorta di serenata indirizzata ad una fanciulla molto bella. Solo nell’ultima strofa si scopre che forse questa fanciulla è Michela, la stessa della celebre canzone Michelammà, nata durante un attacco dei turchi in mezzo al mare di Ischia. Il testo della Rosamarina  sembra essere molto simile al canto di “Serrana d’Ischia”:

“Miezzo a lu mare è nata na’ scarola

Li Turchi se la jocheno a’ primera

Chi pe’ la cimma e chi pe’ la streppone,

viatu a chi la vence sta figliola!

Dove “scarola” vuol dire “Iscarola”, cioè abitante di Ischia, giustificando il riferimento al “mare”.

Questo rito della “frasca” accompagnato al canto non è praticato, dunque, solo nel Comune santostefanese, ma se ne ritrovano tracce addirittura in Toscana, dove risale alla tradizione ebraica, che praticavano una festa “ornata di aranci e limoni, di fiori e frutta”. Ciò viene confermato anche da una ricerca effettuata dallo storico irpino  Francesco Barra che ha documentato la presenza di una comunità di ebrei in Irpinia, in seguito alla cacciata dalla Spagna voluta dai sovrani cattolici Ferdinando e Isabella nella prima metà del 1400.  

 

2. Rosamarina pasquale

 

Il “Rosmarino Pasquale” o, come il popolo usa più comunemente chiamarlo, “a Rosamarina”, è, dunque, una festività che si celebra a Santo Stefano del Sole, e in altri comuni circonvicini, in occasione della Pasqua.

È una sorta di “annuncio gioioso” che si manifesta, sostanzialmente, nella capillare presa di contatto, porta a porta, con tutte le famiglie della comunità, anche le più sperdute e lontane dal centro abitato, come se si trattasse di un censimento che precede la benedizione delle case che il parroco farà il lunedì in Albis. Questa presa di contatto si esplica attraverso un rituale che impegna i promotori per tutta la “Settimana Santa”,  partendo, talvolta, anche dal sabato precedente, per raggiungere l’apice la sera del giorno di Pasqua e proseguire, nella scampagnata del Lunedì in Albis.

Questo rituale si divide in quattro “tempi” fondamentali:

 

a) Preparazione delle frasche: si svolge in uno o due giorni. Alcuni tra i più esperti e abili potatori e conoscitori della montagna raggiungono le abetaie del circondario per staccarne rami secondari della lunghezza di un metro circa. Le fronde di tali rami devono formare una sorta di ventaglio naturale, il cui manico è costituito dal rametto principale.

Caricato il materiale su un carrello trainato da trattore, viene portato in paese, dove, nel frattempo, sono stati trasportati anche un paio di quintali di arance e limoni. Rifinite le frasche con l’eliminazione di eventuali ramoscelli secondari di disturbo, comincia l’allestimento vero e proprio. Ad ogni frasca una volta venivano legati, con lo spago, due arance e un limone, ancora dotati del piccìolo grazie all’attenta scelta fatta al momento dell’acquisto. Oggi, invece dello spago,si usa una busta o una retina per contenerle. Alla frutta viene abbinato, infine, un foglietto sotto forma di etichetta, con la scritta:“Nel rituale rosmarino pasquale il Comitato Festa augura buone feste”

 

 

b) Distribuzione delle frasche: Ultimata la preparazione, il mercoledì santo inizia la seconda fase. Le frasche vengono caricate su furgoncini “Ape” o su trattori e trasportate, su disposizione dei “capi rione” nei vari quartieri e frazioni del paese per essere distribuite alle singole famiglie. In tal modo entro la mattina del venerdì santo, la distribuzione viene completata e tutto il paese appare gioiosamente pavesato. Alla Chiesa Madre, al Palazzo comunale e al monumento ai Caduti sono destinate frasche speciali sia per la dimensione che per le  decorazioni che l’arricchiscono.

c) Suonata o serenata a domicilio: il nome di questo canto è legato all’antica usanza santostefanese di regalare alle padrone di casa un ramo di rosmarino il sabato santo per aromatizzare l’agnello pasquale. Col passare degli anni, nell’impossibilità di disporre di tanto rosmarino, il dono fatto dal Comitato per i festeggiamenti in onore di S.Vito Martire è diventato un piccolo ramo di abete, che con i suoi piccoli aghi assomiglia vagamente alla pianta aromatica, addobbandola con due arance e un limone. Il dono, appeso ben in mostra al balcone più alto della casa, indica il punto in cui si fermerà un rumoroso gruppo di musicanti. Più precisamente, il giorno di Pasqua, a partire dal primo pomeriggio, ma una volta si iniziava dal sabato santo appena “ sciolte” le campane, inizia la parte centrale della festa. Si formano abitualmente quattro o cinque squadre che, hanno competenza nelle varie zone del territorio comunale. Ogni squadra costituisce una sorta di “banda musicale”, improvvisata da “sonatori” e “cantatori” locali, ma esperti per tradizione familiare assimilata fin dall’infanzia. La “banda” si compone, di strumenti tipici della tradizione partenopea e, più precisamente, di un organetto, e, di uno o più scetavaiasse, o scotulavaiasse. A queste componenti di base si possono aggiungere un tricchebballacche, un putipù e tammurrielle varie e, comunque qualsiasi altro strumento, capace di  reggere e assecondare il ritmo della “sonata”. Raggiunta la singola abitazione inizia la serenata vera e propria: accompagnato dal suono dell’organetto e dal ritmo di tamburi e scetavaiasse sale in stretto dialetto locale, il coro delle voci. Il testo è composto da “ottave incatenate” le quali, seppur oggetto di varianti legate al luogo o suggerite da situazioni e improvvisazioni del momento, conservano, tuttavia, una trama di base contenente le tematiche fondamentali del messaggio augurale. Terminati canti e libagioni, la squadra, seguita spesso da bambini, va via caricata delle offerte in natura e in denaro che la famiglia ha elargito. E così, casa dopo casa, rione dopo rione, masseria dopo masseria, le serenate si succedono per tutto il pomeriggio e, quasi sempre, fino a sera inoltrata, con l’eco dei canti che si rincorrono da una frazione all’altra. Terminato il giro le varie squadre convergono nella piazza del paese trasportando le offerte raccolte.

d) Asta e banditore: La piazza del paese, aspettando l’arrivo di tutte le squadre provenienti dalle varie frazioni del territorio comunale, si va sempre più affollando, animata da un clima di gioiosa e febbrile attesa. Si  infittiscono i capannelli, si fanno commenti, si definiscono propositi e combine, mano a mano che si ammira tutto il “ben di Dio” che, con sottofondo musicale e in corteo, ostentano gli orgogliosi ma ormai stremati  suonatori. Si va dagli animali da cortile ai dolci preparati dalle donne di casa, e insaccati, uova,vino, liquore, formaggio e tutto quanto si produce in una famiglia legata ancora all’attività agricola. Terminato il deposito delle masserizie raccolte, si predispone un tavolo o un palco illuminato. Tra i tanti banditori, quelli che più si ricordano sono: Giovanni Fiore ( Giuann e mercia), Simone De Feo, Giuseppe Dell’Anno (Pepp e l’anno), Elio De Cicco, figlio di sapatiello ù sparatore, Fiorenzo Petretta e Gerardo Carrino. Allora il banditore sale sul palco e la gara ha inizio. La folla preme da ogni lato per farsi largo e guadagnare una postazione migliore. Fioccano le offerte e i lazzi e gli sfottò di chi cerca di “smarcare”e condizionare l’avversario, cercando di intuire la mossa successiva. Non mancano le sorprese da parte di chi è disposto anche a puntare i pochi risparmi pur di assicurarsi i “pezzi” pregiati, che un tempo venivano anche spediti in America. Questi sono costituiti dai taralli dalla caratteristica forma di SVM, e, una  volta, anche dal mustacciuolo ricco di decori preparati con la consueta perizia dalla pasticceria di Domenico Petretta (Ggimì o pasticcieri).

3. Il legame con il Santo Patrono

Come detto, la sera tutti i gruppi si riuniscono nella piazza principale del paese esibendosi ed esibendo tutto quello che hanno accumulato. Tutti questi doni in natura vengono banditi all’asta e il ricavato è destinato al Comitato per preparare la festa del patrono nel mese di agosto.

Si sa, infatti, che il Santo Patrono ha costituito, fin dal Medioevo, il principale elemento di coesione ed auto-riconoscimento della Comunità perché consentiva ad essa di unificare, intorno al suo culto, le principali componenti sociali, diventando fattore di equilibrio della stessa vita comunitaria. La sua funzione era, quindi, non solo religiosa ma “politica”. Non per niente ancora oggi, le processioni dei santi sono un momento centrale della ritualità comunitaria, in cui si rappresenta, teatralmente, la gerarchia sociale e si pongono le contrade e le famiglie del paese sotto la sfera del sacro. Grazie a queste potenzialità, il Santo ha finito, quindi, per coinvolgere tutte le manifestazioni popolari tra cui la stessa Rosamarina. A S. Stefano del Sole il legame con S.Vito acquista una valenza esplicita se si tiene conto degli elementi simbolici presenti nel culto del Santo. Da sempre S. Vito è invocato per gli avvelenamenti da rabbia provocata da morsi di cani idrofobi. Non per niente questi animali sono sempre presenti nella sua iconografia. L’idrofobia, poi, cioè l’avversione per l’acqua che si trasmette con il morso, ha da sempre accostato il Santo a questo elemento. Fontane, sorgenti e pozzi da cui sgorga l’acqua di S. Vito, sono spesso presenti nei luoghi in cui è venerato e inseriscono il suo culto nel simbolo arboreo-acquatico dei riti legati all’avvento della primavera. Anche nella Chiesa madre di S. Stefano del Sole è presente un pozzetto con l’acqua benedetta di San Vito, aperto in occasione della festività del Santo patrono.  Le testimonianze raccontano che, una volta, alcune donne di S.Stefano, dette scapillate, si recavano periodicamente presso l’altare del Santo col volto coperto da un velo e i capelli sciolti per impetrarne la protezione o per ringraziare per una grazia ricevuta.

 

4. Il testo della Rosamarina santostefanese.

Sabatu santu e Pasqua rusata

Jamu mettenno la Rosamarina

Rosamarina è quannu….

Quannu si allungata

Oi quanno si allungata

ncoppa sta finistella si sagliuta

Rit

Oi si sagliuta ncoppa sta finistella si sagliuta

Figliola ncoppa stà fenesta

Famme la grazia nun te ne trasine

Vuttammi nu capillo

Bella ra’ ste trezze

Oi bella ra’ ste trezze

Mannall’ a bbasciu cà vogliu saglina

Rit

voglio saglina

Mannall’ a bbasciu cà vogliu saglina

E mi ci voglio arrisicane

Ncoppa sta cammarella vogliu ine

la vogliu spezionà

la vogliu baciana

a la vogliu baciana

fino chè me rice amo’ lassami stana!

Rit

lassami stana!

finche me rice amo’

lassami stana

Vulesse sagli’ ncielo se putesse

cu na scalella re seicientu passi

quanno fosse alla cimma

Bella e si rumpesse

Oj bella se rumpesse

m’braccia a nennella

mia m’ arrepusassa

Rit

M’ arrepusassa

m’braccia a nennella

mia m’ rrepusassa

Scusate si ha aggiu fatto troppu tardu

n’ci steva Gesu Gristo m’passione

apritici le porte

bella alla feneste

oj bella alla fenesta

 facitici trasi’ pe’

grazia vosta

Rit

pe grazia vosta facitici

trasì pe grazia vosta

Vui ca sapiti c’à la morte vene

tutte le belle si vole pigliane

tu ca si bella oi nenna

mittiti mpinziero

oj mittiti mpinziero

le tue bellezze a chi le vuoi lasciana

Rit

le vuoi lasciana

le tue bellezze a chi le vuoi lasciana

Quannu ta fattu chiu’ de nu bicchiere

mi pare nu cristallo l’acqua e mare

cammini leggera

cammini leggera

mi pari rundinella quannu vola

Rit

oi quannu vola

mi pari rundinella quannu vola

Miezz à lu mare è nata na scarola

li turchi se la jochenu a primera

primera cimma a chi’

Rit

Vuoi pe lo trippone

Vuoi pe lo trippone

viatu a chi la vence sta figliola

oi sta figliola viatu a chi la vence sta figliola

E ali signuri re tantu luntanu e a li signuri re tantu luntano a vui signuri

addiu!

Che Santu Vitu vi pozza ajutana

Pozza ajutana che Santu Vitu vi pozza iutana




IL BRIGANTE LAURENZIELLO 

Lorenzo De Feo, detto Laurenziello, fu un temuto brigante del Sud Italia. Nacque il 25 giugno 1777 a Santo Stefano del Sole da Giuseppe De Feo e Maria Romano. In balia della più totale povertà, venne assoldato tra i bravi del Marchese di Santa Lucia di Serino, compiendo soprusi e omicidi in suo nome. Dopo aver avuto una discussione violenta con un certo Saverio de Feo, capo della Guardia Urbana di S. Stefano, pensò di “darsi alla macchia” affermando testualmente “’Se mi do alla campagna, devo far piangere i figli dal corpo delle madri” In breve tempo mise insieme era un banda di oltre 60 briganti provenienti anche dai Comuni vicini (come Serino, Volturara, Montella) e spostandosi in tutta l’Irpinia compì ogni sorta di delitto, compiendo stragi nei paesi irpini, anche in pieno giorno.

Nel Comune di Santo Stefano del Sole il brigante compì due atroci delitti. Il 30 marzo 1809 sulla strada che porta da Cesinali a Serra fece uccidere dal brigante Mafone l’Arciprete di S.Stefano del Sole Marco de Feo (8 settembre 1775 - 3 agosto 1809),accompagnato da un garzone Gaetano Feola, e colpevole di aver scomunicato lui e la sua banda.

 

Il sacerdote di Cesinali, Pasquale Cocchia, che compose la storia di Laurinziello in versi, scrisse:

Ma più di tutti il perfido Mafone

aveva di stragi una crescente sete,

siccome apparirà dal mio sermone:

di Santo Stefano uccise l’Arciprete,

mentre andava a cavallo in Avellino

non sospettando il suo crudel destino.

Non ebbe manco il tempo il poveretto

di fare alla Madonna una preghiera

che due palle gli trasse in mezzo al petto.

Facendogli veder l’ultima sera:

indi spirar voleva senza ragione

al cavallo ed al piccolo garzone.

 

Ricercato dalle truppe di Gioacchino Murat, dovette fuggire in Puglia. Dopo alcuni mesi ritornò a Santo Stefano insieme alla sua banda per terrorizzare i Santostefanesi. Il 3 agosto 1809 mentre il popolo di Santo Stefano, all’uscita della S.Messa era intento ad ascoltare la musica, entrò sparando nel Paese dal Vicolo Costa. Parte del popolo riuscì a barricarsi nella Chiesa Madre insieme all’Arciprete Vito De Feo, che fece sbarrare le porte, mentre il resto del popolo tentò di fuggire per i vicoli, ma fu inseguita e colpita. Dirigendosi verso Capocasale entrò nella casa di Antonio Pisapia, caporale ed uccise la moglie, Gaetana Feola, con il neonato che stringeva in braccio. Il sindaco di S.Stefano, Ciriaco de Feo, fu colpito da vari colpi di pistola e poi finito dai mastini di Laurinziello. Tra le vittime più nobili vi fu Stefano Romano, sacerdote di Aiello del Sabato, colpevole di aver insistito nel portare conforto ai moribondi nonostante l’ordine di allontanarsi dato dai briganti. Ogni famiglia di Santo Stefano ebbe delle vittime: i morti furono più di 30, i feriti molti di più.

 

Il sacerdote Pasquale Cocchia, a proposito di quel evento nefando, prosegue nel suo libro:

Un giorno ch’era festa al suo paese,

con tripudio di suoni e lieti canti,

dalla montagna rapido discese,

Laurenziello con tutti i suoi briganti

e, pervenuto dentro al villaggio

opera egli fece di barbaro selvaggio!

Dei cittadini la devota festa

in lutto convertì lo scellerato,

chè di colpi mortali una tempesta

incominciò per tutto l’abitato.

Ritrarre in carta ed adeguar parlando

chi può quello spettacolo nefando?

San Stefano di stragi era già pieno,

vedevansi in mucchi tanti corpi avvolti,

là feriti sui morti, e qui giaceano

sotto morti insepolti egri sepolti...

Cessato pascia il miserando scempio,

sazio sul monte ritornò quell’empio.

 

Il brigante venne, infine, catturato il 17 novembre 1811, processato e, il 6 maggio 1812, impiccato nell’odierna Piazza della Libertà di Avellino.